sabato 8 giugno 2013

Sergio Marchionne ha risposto con un “inusuale no” alla NHTSA

La storia in breve: la National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA, ente che si occupa della sicurezza sulle strade interstatali USA, per saperne di più clicca sul link alla pagina Wikipedia) afferma che ci sono 2,7 milioni di Jeep Cherokee (costruite fra il 1993 e il 2004) e Liberty (prodotte fra il 2002 e il 2007) che possono avere dei problemi al sistema di alimentazione, creando potenziali rischi di incendio sulle vetture in questione. E lo sta dicendo da due anni a questa parte, ultimamente in maniera più decisa del solito, chiedendo alla capogruppo Chrysler di richiamare le vetture in questione.

Jeep carbonizzata, un'immagine consueta in questi giorni sulle TV USA

Chrysler e il suo CEO Sergio Marchionne hanno risposto picche anche a quest'ultima richiesta, creando un precedente piuttosto “inusuale”, visto che in passato nessuno a veramente detto no alla NHTSA (fra questi, Toyota, finita diverse volte nel mirino dell'agenzia governativa statunitense negli ultimi anni).

Queste vetture vanno richiamate, secondo il boss della NHTSA Clarence Ditlow, che ha definito le Jeep in questione come “bombe incendiarie ambulanti” ed il rifiuto di Chrysler come un “insulto ai propri clienti che guidano le vetture del marchio a proprio rischio e un insulto ai contribuenti americani che hanno finanziato il «bailed out» [finanziamento pubblico per evitare la bancarotta] di Chrysler nel 2009”. Benzina sul fuoco dopo le polemiche innescate durante la campagna elettorale presidenziale da Mitt Romney sulle sorti dell'azienda statunitense?

Sergio Marchionne (Fiat-Chrysler) e Clarence Ditlow (NHTSA), un duello che dura da due anni
Secondo AutoNews.com, Ditlow conduce “una crociata” che dura ormai da anni per convincere (ma forse alla fine potrà obbligare il costruttore a farlo) Chrysler a richiamare i veicoli in questione, che provocano un “irragionevole rischio di incendio in caso di urto posteriore” supportando le sue parole con immagini di automobili in fiamme o carbonizzate, divenute una normalità sui media USA nei giorni scorsi.

Dal canto suo Chrysler definisce l'analisi “incompleta”. Secondo Chrysler il rischio è valutabile come la possibilità che un incendio si sviluppi una volta ogni milione di anni di operazione della vettura. Bassissima probabilità e sicuramente non più alta di quella relativa ad altri modelli in circolazione.

Chrysler dice che continuerà a lavorare con l'agenzia in modo da dirimere la questione.

Secondo alcuni analisti la campagna di richiamo potrebbe costare a Chrysler 500 milioni di dollari (poco meno di 380 milioni di euro, al cambio attuale), in un momento in cui Fiat si appresta a raccogliere fondi per acquisire le azioni rimanenti della produttore auto USA.

La battaglia rischia di durare ancora per qualche tempo, in un momento particolarmente delicato, visto che Fiat sta cercando di raccogliere fondi per portare a termine l'acquisizione del Gruppo Chrysler. Il risultato è tutt'altro che scontato.

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